I braccianti di Saluzzo #5

Ott 31, 2017

Andare al Foro Boario in questo periodo è sempre molto malinconico, tanti migranti sono andati via lasciando pezzi di vita qui e là perché ormai inutili o troppo ingombranti da trasportare nel prossimo luogo dove arriveranno. Restano in pochi, ma sono comunque troppi quelli che non hanno un’alternativa e aspettano al freddo nella speranza che succeda qualcosa.

In questo innaturale silenzio mi accorgo di quanto fossero belle e dense le lunghe chiacchierate con G. parlavamo per ore di filosofia, di politica, del senso della vita e di migrazioni. Le sue e le mie. Scopriamo che le nostre così diverse traiettorie si incrociano, con grande sorpresa di entrambi, in un luogo preciso: Corigliano Calabro, dove ho trascorso quasi tutte le estati della mia vita e dove G. in questo momento, e da diversi anni ormai, sta raccogliendo le famose clementine calabresi.

G. ha 38 anni, sua moglie e sua figlia si trovano in Burkina Faso dove G. ha lavorato fino al 2007. In quell’anno G. è in Europa per una formazione e gli sembra una buona occasione per potersi fermare e cercare un impiego. Tutto va secondo i piani, G. lavora a Treviso per anni, ma poi l’azienda chiude. Per rinnovare il suo permesso di soggiorno G. ha bisogno di un nuovo contratto, diversamente si troverebbe nella condizione di irregolare. Finisce così a fare il bracciante nelle campagne, prima in quelle calabresi e poi in quelle piemontesi. “ Se a Treviso mi dicevano che a Saluzzo, vicino a Cuneo, in Piemonte, avrei trovato questa situazione non ci avrei creduto” mi dice quando mi racconta della prima volta che è arrivato al Foro Boario, dove, anche se si è lavoratori, si dorme al freddo e in condizioni estremamente precarie. G. ha ben chiari i suoi diritti. La sua lotta è riuscire ad avere un contratto quanto più possibile regolare e per questo fatica a trovare un impiego: “Chi ha il documento per lavoro deve avere le giornate di raccolta segnate, se no la Questura non rinnova. Tutti questi ragazzi nuovi (i richiedenti asilo, ndr) accettano il lavoro senza chiedere il contratto, si fanno pagare poco e questo è un problema per tutti. Loro non hanno bisogno del lavoro per rinnovare, io invece sì e pago quasi 200 € per un anno di permesso di soggiorno”.

G. quest’anno ha cercato di creare con altri braccianti, un sindacato agricolo autonomo per pretendere il rispetto dei diritti dei lavoratori, ma molti hanno rifiutato di farvi parte. Tratti evidenti di una nuova lotta tra poverissimi. Nonostante tutto G. ha scelto di rimanere al Foro insieme ai suoi “fratelli”, forse, avendo un contratto, avrebbe potuto accedere ai posti in container o in alloggio ma lui ha preferito rimanere lì, per mesi, in una tenda costruita con cartoni e teli di plastica. “Bisogna essere sempre vicini, insieme. L’unico vero maestro nella vita è la sofferenza. Il Campo mi ha dato tanto, mi ha fatto ragionare su tante cose, non ho trovato soldi ma ho imparato moltissimo”, afferma quando gli chiedo il perché della sua scelta. Con G. parliamo a lungo di fede e di speranza, due elementi che, secondo lui, rendono possibile per molti africani la coesistenza di sofferenza, sopportazione e buonumore; tre caratteristiche molto evidenti al Campo.

G. ha tanti progetti per il futuro, sogna di tornare dalla sua famiglia e fare l’allevatore, perché “tanto ormai il sogno di una vita migliore è finito, ma va bene così, la vita e anche questo.

Testo di Ilaria Ippolito
Foto di Federico Tisa

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