Federico Tisa

#occupytheater

Italia, Ottobre 2014 – Febbraio 2016
Roma. Il 14 giugno 2011 un gruppo auto-organizzato di lavoratori e lavoratrici dello spettacolo occupa lo stabile del Teatro Valle. Il gruppo chiede la partecipazione dell’intero movimento delle arti di questa città alle discussioni sulla destinazione dello stesso teatro che viene occupato perché, all’indomani della chiusura dell’Ente Teatrale Italiano da parte del governo Berlusconi, il suo destino prossimo sarebbe stata la privatizzazione, il cambio di destinazione o la chiusura. Al movimento aderiscono musicisti, artisti e scrittori. Buona parte del panorama culturale italiano firma e sottoscrive l’appello per questa azione. A partire da questo momento la protesta si diffonde in tutta Italia e molti sono i “teatri occupati” in lotta contro i pesanti tagli alla cultura. Tra questi, il Nuovo Cinema Palazzo a Roma, il Teatro Marinoni al Lido di Venezia ,l’ex Asilo Filangeri a Napoli, il Teatro Rossi Aperto di Pisa , Macao a Milano e la Cavallerizza Reale a Torino con il movimento Assemblea Cavallerizza 14.45. Anche la Sicilia è coinvolta. A Messina con il Teatro Pinelli, a Palermo con il Teatro Mediterraneo Occupato e con il Teatro Garibaldi Aperto e a Catania con il Teatro Coppola – Teatro dei Cittadini.

La realtà dei teatri occupati in Italia è ormai una rete fitta e mentre alcune realtà portano avanti la protesta da anni e altre sono già finite.
Il 18 marzo 2014 l’European Cultural Foundation di Bruxelles, una fondazione che ha lo scopo di “supportare e mettere in connessione coloro che rinnovano la cultura”, consegnerà il suo premio più prestigioso, il Princess Margriet Award, al Teatro Valle Occupato di Roma. La motivazione del premio dice “l’esperienza del Valle è di grande ispirazione per tutti coloro che lottano contro l’ondata di misure di austerità e privatizzazione che stanno minacciando la sostenibilità di istituzioni culturali cruciali per la vita della vita artistica e sociale. Ancora una volta, forme collettive di azione basate sulla responsabilità condivisa offrono modelli innovativi e alternativi in molti ambiti, non solo in quello culturale. È questo che merita di essere riconosciuto, celebrato, sostenuto.”

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